venerdì 18 novembre 2011

Dolce&Gabbana, lettera: il futuro della moda è "con i piedi per terra"

Con l'arrivo del 2011 abbiamo avvertito forte l'esigenza di fare un bilancio, non solo professionale, ma anche personale, di questi primi, intensi, dieci anni del nuovo millennio. Un sentimento che sentivamo nell'aria e che ci è sembrato condiviso da molti: gente comune, scrittori, artisti. L'impressione che abbiamo è che in questi anni qualcosa sia cambiato nel profondo della società, quindi in tutti noi. Questa famosa prima decade del nuovo millennio sembra aver scombinato le carte in tavola da tutti i punti di vista, tanto che spesso si è sentita la mancanza di quelle sicurezze che si credevano forti e che d'improvviso non valevano più. Per nessuno e in nessun campo.

La reazione spontanea alla mancanza di certezze è stata quella di guardare e rifugiarsi dove ognuno di noi si sentiva più sicuro. I valori, le tradizioni, le radici. Allo stesso tempo, però, non si poteva più fare a meno di vivere immersi nella tecnologia, nei social network, nell'oggi. Concetti ed esigenze all'apparenza contrastanti, che dovevano trovare il modo di convivere. Noi per primi abbiamo avuto voglia dell'immediatezza di internet, della possibilità di vedere e comunicare tutto nel momento stesso in cui accadeva. I social network, divenuti imprescindibile strumento di lavoro e di vita, ci hanno aperto un mondo di opportunità fino a qualche anno fa impensabili: la condivisione, il contatto diretto con le persone, lo scambio di idee, un livello di apertura verso il mondo profondo e quasi intimo, che non avremmo mai pensato di desiderare, né tanto meno cercare. Ma dopo questa prima indigestione di tecnologia si sta arrivando alla "digestione" dei vantaggi che la stessa offre, e quindia un suo utilizzo, magari moderato, ma sicuramente più consapevole e mirato. Questo era il 2010.


Il 2011 ha segnato l'inizio di qualcosa di ancora diverso e nuovo. Da un momento in cui tutto e il contrario di tutto andavano bene, dove sembrava che nessuno fosse in grado di indicare con esattezza dove dovevamo guardare, dall'abitudine che abbiamo sviluppato di accettare situazioni e idee in evidente contrasto tra di loro, si sta riaffacciando prepotente la voglia di riscoprire i principi veri, quelli che abbiamo imparato da piccoli, la tradizione profonda e radicata nella storia del nostro Paese e la voglia di autenticità. Non è rifiuto del presente, anzi. È una nuova modalità di vivere la contemporaneità, consapevoli di quanto si è vissuto. Questo desiderio è iniziato a germogliare nel nostro inconscio mentre lavoravamo alle collezioni del 2010, ma la presa di coscienza vera è arrivata solo ora.


Se ci pensiamo, i social network sono nati per la voglia dei giovani di trovare un diverso tipo di aggregazione, che permettesse una condivisione di valori e pezzi di vita vissuta, di essere riconosciuti dalla società in quanto individui, anche se virtuali. Dalla rete, questa voglia è passata alla vita reale. Questo ci ha portato a riflettere su dove e come il virtuale e il reale si potessero incontrare...


Il nostro lavoro di stilisti ci porta a voler essere sempre in contatto con la gente, con la strada. Perché per noi la moda non è qualcosa di astratto, che si ammira da una vetrina, ma qualcosa da vivere sulla pelle, che viene contaminato da ciò che ci circonda. Un libro, una canzone, un commento preso da Twitter, le impressioni che abbiamo avuto camminando per le città del mondo, da New York a Shanghai, passando per Londra e Parigi. Ci siamo interrogati su dove stia andando la moda oggi. E ci stiamo accorgendo che c'è un'energia nuova, un'energia che ci ha fatto desiderare un diverso tipo di moda, "con i piedi per terra", trasversale, rilassata. Tutto questo non si ritrova solo nei vestiti che creiamo, ma anche nel modo di vivere l'esperienza d'acquisto: il negozio si fa bottega, si ritrova anche un contatto più umano con il cliente. Stiamo riscoprendo i nostri valori: la famiglia, le radici, gli affetti, il lavoro.

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